Fenomenologia versus Realismo?
Sabato 3 dicembre si è svolto nella chiesa dei Santi Cosma e Damiano un dibattito filosofico promosso da alcuni studenti delle Pontificie Università di Roma.
Il titolo dell’incontro “Maritain e la fenomenologia: critica e risposta”.
L’incontro aveva come tema le critiche del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973) al metodo fenomenologico ideato dal filosofo tedesco Edmund Husserl (1859-1938). Moderatore del dibattito è stato il Prof. Armin Schwibach, docente di filosofia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo e al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum. Due studentesse sono state invitate come relatrici: Paola Camacho Garcìa (Pontificia Università Lateranense) ha esposto il punto di vista di Jacques Maritain; Annalisa Margarino (Pontificia Università Gregoriana) ha presentato quello di Husserl.
Introducendo il dibattito, il Prof. Schwibach ha descritto il contesto filosofico e culturale nel quale il pensiero di Jacques Maritian si inseriva. Uno dei contributi più significativi del filosofo francese - ha detto il Prof. Schwibach - è stato l’intento di ridare all’Europa una solida base di principi filosofici affinché essa potesse risorgere e combattere contro il pericolo modernista, contro il relativismo, il soggettivismo, e il crescente nichilismo pratico della società moderna.
Entrando già nel merito della tematica, la relatrice Paola Camacho ci ha esposto alcune delle critiche di Maritain al metodo fenomenologico di Husserl. Secondo il pensatore francese - ha detto Paola - è arbitrario “mettere tra parentesi” l’esistenza delle cose che ci circondano (l’epoché husserliana). Un tale esercizio metodico (anche se coscientemente scelto) va contro l’evidenza prima di senso comune, dell’esistenza reale delle cose. Ci ricordava la relatrice che per cogliere l’essenza delle cose non ci sono motivi per escludere la loro esistenza. Nell’opinione di Maritain, il metodo husserliano ci si presenta quindi come macchiato di pregiudizi idealistici. È, come tutte le altre filosofie moderne, una “ideosofía”.
Ciononostante, la critica di J. Maritain (ed insieme a lui di altri tomisti contemporanei) prende in giusta considerazone il contributo e l’importanza della fenomenologia per il pensiero attuale? Maritain ha veramente capito il metodo husserliano? È giusto polarizzare le opinioni, cioè presentare la filosofia come se essa consistesse nello scegliere tra essere realista o non realista?
Infatti, nella sua relazione Annalisa Margarino ci ha detto che le critiche di Maritain al relativismo fenomenologico possono essere giuste e fondate, ma vanno prese con cognizione di causa, tenendo conto che la fenomenologia, nelle sue diverse “vie”, ha dato inizio al recupero degli stessi interessi metafisici del problema dell’essere, non ultimo il problema religioso. Inoltre, bisogna vedere più attentamente come stanno le cose per quanto riguarda il tema dell’epoché husserliana. È veramente così, cioè si tratta di una banale esclusione dell’esistenza delle cose per restare in un castello di idee astratte, slegate dal reale? Secondo ciò che abbiamo potuto osservare nella discussione, no. Si tratta di qualcosa di più profondo e sottile.
Se consideriamo il contesto positivista e scientista dell’epoca di Husserl, in tantissimi casi l’epoché si è rivelata un enorme vantaggio per chi l’ha praticata. Per esempio, per quanto riguarda certe psicologie che sostengono che l’uomo non ha un’anima spirituale, bensì soltanto un cervello che funziona come un complesso computer, in questo caso, non sarebbe legittimo “mettere tra parentesi” tale giudizio per andare così al vero senso della cosa?
Secondo noi, una delle grosse difficoltà sta nel fatto che sono prospettive diverse, in molti casi solo parzialmente comprese. L’approccio oggettivo e metafisico di Maritain è diverso dell’approccio soggettivo (ma non soggettivista) e essenziale di Husserl. Ma per questo sono davvero inconciliabili? Non si potrebbe salvaguardare il meglio dell’uno, insieme a quello dell’altro? Tutti noi sappiamo che il rapporto, a livello epistemologico, tra “oggetto” e “soggetto” è complesso. A cosa realmente serve insistere in un’assoluta separazione tra le due prospettive?
Quando si considera arbitrario l’approccio soggettivo-trascendentale di Husserl in nome dell’evidenza del senso comune, non si ricade forse nella stessa arbitrarietà? Se il contenuto, per così dire, presentato dal senso comune (per esempio, “io esisto”) non viene da noi “vissuto” (Erlebnis), a cosa serve? In questo caso, cosa viene prima, il vissuto “io esisto”, o il ragionamento “io esisto”? L’affermazione “io esisto” non viene sostenuta dall’esperienza “io esisto”? Dunque, l’argomento non è di facile risoluzione. E in questo caso, sia il realismo critico di Maritain come la fenomenologia di Husserl ci possono offrire degli eccezionali spunti per un ulteriore approfondimento.
Per quanto riguarda l’accusa d’idealismo nei confronti di Husserl occorre ricordare che gran parte dei suoi allievi, ispirati dal suo metodo, non hanno ceduto a questa scelta (Max Scheler, Roman Ingarden, Hedwig Conrad-Martius, Edith Stein, Dietrich von Hildebrand, Alexander Pfänder).
Come si può vedere, il dibattito è risultato estremamente interessante. Ci ha offerto, senz’altro, la possibilità di dialogare, di discutere insieme, di aprire nuovi orizzonte di ricerca e di approfondimenti. Vogliamo promuovere quindi una sintesi di pensiero che sia capace di sollevarsi dalla passività, dai particolarismi, dai riduzionismi motivati da interessi personali. Una sintesi che sia basata sulla verità, sull’apertura, sull’onestà intellettuale, senza false antinomie tra fede e ragione, senza discussioni filosofiche sterili e spesso interminabili, che non hanno niente a che fare con la nostra vita, con le sfide culturali più urgenti e con le necessità dell’evangelizzazione. In questo senso, è giusto ricordare ciò che Edith Stein disse, riprendendo San Paolo Apostolo: “esamina tutto e serba ciò che è buono! Ma solo chi ha un criterio può esaminare. Noi abbiamo un criterio nella nostra fede e nel ricco patrimonio dei nostri grandi pensatori cattolici: i nostri Padri e Dottori della Chiesa. Chi si è appropriato dell’immagine e della concezione del mondo della nostra dogmatica e della filosofia classica potrà occuparsi senza rischio dei risultati e dei metodi delle ricerche dei pensatori moderni e imparare da loro” (Edith Stein, Significato della fenomenologia come visione del mondo, in Ricerca della verità, Città Nuova, Roma 1999, p. 107).
Felipe Peligrinelli
